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Sito realizzato e curato da Irene Torresan e Matteo Di Poce ©

ARCHITETTURA LA BELLEZZA FUNZIONALE

2025-03-09 13:38

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Arte,

ARCHITETTURA LA BELLEZZA FUNZIONALE

Il libro è un saggio storico-critico che contiene oltre al Manifesto della Bellezza Funzionale , una panoramica dei movimenti, idee e poetiche dell’Architettura Contemporanea, ritratti di alcuni maestri amati dall’autore, l’analisi di alcune opere iconiche di fama mondiale, illuminanti aforismi sull’Architettura, i bellissimi disegni e una postfazione dell’Architetto Alfredo Vacca che scrive tra l’altro: “…Da questo connubio stretto tra il poeta Di Poce e la passione per l’architettura nasce il suo saggio storico, una serie di domande cui tende a dare delle risposte, un percorso frammentato che, quasi a ricalcare le domande che Walter Benjamin si era poste per la poesia, si dipana su diversi sentieri tortuosi costellati di edifici icone e dei loro architetti-poeti, senza porsi alcun tipo di problema se tra le
opere architettoniche richiamate ci fossero o meno delle relazioni e se il loro linguaggio prendesse riferimento dalle forme della letteratura architettonica...”.
Con la prefazione dell’Arch. Giovanni Fontana e la Postfazione dell’Arch. Alfredo Vacca
In copertina LA CASA DANZANTE “GINGER&FRED” DI PRAGA. Nata da un’idea di Frank O.
Gehry e Vlado Milunić in una immagine realizzata dall’architetto Alfredo Vacca.


Prefazione

L’UTOPIA CONCRETA E L’ORIZZONTE DELLA REALTÀ

Giovanni Fontana

Donato Di Poce, poeta e non solo, rivolge i suoi interessi verso gli ambiti più disparati. Alla sua
passione per gli aforismi, raccolti per oltre un ventennio in una decina di libri, unisce quella per le letture critiche. Basti ricordare i suoi lavori su Antonin Artaud e Pier Paolo Pasolini o quello rivolto ai «poetici furori» di Giordano Bruno. Si muove con disinvoltura nella sfera interdisciplinare: segue quanto accade nel mondo delle arti visive, occupandosi di critica e di organizzazione di mostre, colleziona taccuini d’artista, con i quali ha messo su un Archivio Internazionale che utilizza per mostre itineranti, e si impegna nella fotografia come autore e teorico. Insomma, il suo sguardo si muove ad ampio raggio, cosicché, nel suo procedere labirintico, non poteva non intercettare l’architettura, verso la quale, ora, mostra un’attenzione particolare. Da sottolineare che non lo fa con l’atteggiamento dell’addetto ai
lavori, che generalmente si esprime sul piano della specificità tecnica, bensì con una curiosità intrigante, tutta tesa a scovare nelle opere quegli elementi che esaltano la dimensione artistica. Ecco allora che Donato Di Poce ci rappresenta una rassegna di «Architetture CreAttive», offrendoci un neologismo che parla da solo, ma che qui cercheremo di leggere in modo più articolato. Quello che l’autore tende a mettere in evidenza è soprattutto il rapporto tra architettura e arte, quando questo si esprime al meglio. L’auspicio è quello di una fusione sotto il segno dei valori armonici. In realtà, nelle opere di buona architettura, questa connessione dovrebbe verificarsi sempre; in caso contrario ci troveremmo di fronte a prodotti di edilizia corrente. Ma Di Poce aggiunge al suo libro un sottotitolo che, oltre a costituire una dichiarazione d’intenti, può certamente essere preso come un invito rivolto al lettore: «Vedere e guardare l’Architettura contemporanea con gli occhi di un poeta».
Apre così la strada alla funzione didattica. Tuttavia guardare con gli occhi di un poeta è un suggerimento importante, non per l’esortazione in sé, che pure ha valore in questo mondo per molti versi superficiale, infettato da un flusso di immagini debordante, responsabile di un paradossale processo di occultamento del reale; ma perché sollecita ad un’osservazione svincolata da criteri convenzionali. Indica percorsi percettivi che abbiano la capacità di
esaltare gli aspetti più specificamente creativi delle opere: quelli più «poetici», appunto, che richiedono all’osservatore un atteggiamento adeguato, anch’esso, «poetico», attento alle armonie compositive, all’andamento delle forme, alle specificità spaziali, alla coerenza strutturale e funzionale, alle valenze simboliche, perfino ironiche. Del resto, facendo un paragone letterario, se si legge con superficialità un componimento poetico, non se ne coglie l’essenza: per entrarci dentro anche il lettore deve essere un po’ poeta, se non altro, deve possedere adeguati strumenti che lo guidino nel percorso di lettura. Queste considerazioni costituiscono la premessa necessaria per capire che non ci troviamo di fronte ad un libro che si pone esclusivamente come terreno per le scorribande creative del suo autore, ma che costituisce anche uno strumento utile ad affinare lo sguardo dei non addetti lavori. In questo
senso la sua funzione è particolarmente utile sul piano culturale. Di Poce, infatti, intesse il gioco dei suoi spunti poetici in una sintetica storia dell’architettura moderna, a partire dai maestri del secolo scorso, per arrivare ai contemporanei, passando per numerose enunciazioni teoriche, programmatiche e metodologiche. Tant’è che possiamo ritrovarvi i punti salienti del Manifesto dell’architettura futurista, i principi della poetica neoplastica, i cinque cardini del razionalismo lecorbusieriano e così via, fino al decostruttivismo e oltre. Apertura alla riflessione teorica, dunque, e focus su alcuni architetti che con le
loro opere hanno qualificato l’intero settore: professionisti che l’autore potrebbe proporre come «I miei Artchitetti preferiti». E si faccia attenzione all’innesto consonantico: quella «t», che modifica la prima sillaba, aprirebbe una prospettiva molto intrigante. In questa operazione di chirurgia verbale si concentrerebbe gran parte dello spirito di questa avventura editoriale. L’intento appare chiarissimo già di primo acchito, specialmente per il fatto che si pone come un rafforzativo, in termini di qualità, del concetto espresso correntemente con la parola «architetto». In effetti, l’architetto non è per definizione un artista? Del resto l’Architettura è stata considerata una delle arti maggiori fin dall’antichità. La necessità di ingegnosità tecnica e di sapienza estetica ne sancivano l’importanza fondamentale, visto che
al valore armonico andava a corrispondere un peso socio-simbolico, oltre che funzionale. Ma, ahimè, nella storia le cose non sono andate sempre per il verso giusto, come ci siamo ben resi conto da sempre, e a fronte delle Arti con la «A» maiuscola c’è stata una proliferazione di cattiva arte: tanto cattiva da non poter più essere definita tale. Nel nostro caso specifico, a fronte dell’Architettura abbiamo visto le nostre città e i nostri territori invasi da mera edilizia, talvolta dignitosa, talaltra pessima, se non deturpante o addirittura dannosa all’ambiente.
A questo punto vale la pena citare uno dei tre dialoghi platonici di Paul Valery: quello tra
Socrate e Fedro, che ha, appunto, come oggetto l’architettura, dove quest’ultimo riferisce le parole di Eupalinos, tecnico sapiente, che in poche battute ci offre una lezione magistrale. Diceva Eupalinos: «non hai osservato, andando per la città, che tra gli edifici che la popolano alcuni sono muti, altri parlano e altri ancora, i più rari, cantano? E non dalla loro funzione, né dalla loro configurazione generale sono essi a tal punto animati o ridotti al silenzio: un fatto del genere è in relazione col talento del costruttore o col favore delle Muse […] Ebbene: quegli edifici che non parlano e non cantano meritano solo il disprezzo; sono cose morte, gerarchicamente inferiori ai mucchi di pietrame vomitati dalle carrette dei
capomastri. Quelli, almeno, dilettano l'occhio sagace con l'ordine accidentale che deriva dalla loro caduta... In quanto ai monumenti che si limitano a parlare, ne ho stima se parlano chiaro» 1 . Si tratta di una lezione magistrale: in poche battute vengono offerte coordinate di orientamento fondamentali non solo per gli addetti ai lavori.
Considerata l'efficacia della metafora, infatti, il messaggio del poeta francese può essere
facilmente raccolto anche da un pubblico più vasto, specialmente se mostra sensibilità verso i problemi della corretta gestione dello spazio comunitario. Ben venga, allora, il neologismo che intende porre un discrimine sulla qualità. Donato Di Poce vuole mostrare orecchio solo all’architettura che canta, che per lui deve essere «neoplastica multipla, poetica, simultanea, inclusiva, pluralistica, olistica, etica e socializzante». Attributi questi, ai quali certamente se ne possono aggiungere altri che possano contribuire a far la differenza sul piano della qualità dell’opera. Alcuni si affacciano nell’acrostico posto in apertura, dove si aspira a «Ritrovare un respiro d’Arte Totale / Tra le rovine del tempo», dove si vorrebbero «Costruire nidi di luce / Habitat a misura d’Uomo», dove, soprattutto, si vagheggia di «Incastrare idee e progetti / Tra le ferite della Storia». Queste ultime battute vanno a sommarsi alle voci sconsolate che oggi arrivano da ogni parte del mondo. Il volto tragico del nostro pianeta, pervaso dalla violenza e battuto sul terreno della convivenza sociale dall’idiozia, dall’arroganza e dall’ingiustizia, farà fatica a ritrovare «vortici di pura bellezza». La prospettiva sarà, purtroppo, molto lunga e difficile. Ma in questo quadro un minuscolo segnale positivo potrebbero offrirlo proprio gli «Architetti», specialmente se, svincolati da visioni di subalternità di convenienza, avranno la sensibilità e la forza di sostenere, come spesso hanno fatto nella storia, le loro
utopie concrete finalizzate a migliorare il futuro. Bisognerà essere determinati in questo. Del resto, come ci ha insegnato Ernst Bloch, «L’utopia concreta sta all’orizzonte di ogni realtà; […] l’utopia non è fuga nell’irreale, è scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione» 2 .
Donato Di Poce, con questo libro, lancia il suo appassionato segnale personale, che certamente non pretende di risollevare le sorti del mondo, ma invita, sia pure nell’ambito specifico dell’architettura, a guardare la realtà in positivo, per afferrarne i segnali che contano. In prima battuta si pone nell’ottica dell’Arte Totale, che oggi ovviamente trascende la visione wagneriana e, nello stesso tempo, acquista un

1 Paul Valery, Tre dialoghi, Torino, Einaudi, 1990, p. 54.
2 Ernst Bloch, Il principio speranza, 3 vol., Milano, Garzanti, 1994, vol. I, p. 263.

altro senso rispetto a quello prefigurato nell’epoca delle avanguardie storiche. A distanza di tanti decenni, sia pure nel quadro dell’odierno incessante progresso delle tecnologie, la visione che ancora regge è quella inquadrata teoricamente da Adriano Spatola 3 , che pur partendo dalla specificità del suo mondo poetico, risulta funzionale alla generalità dei processi creativi, unitamente agli strumenti messi a disposizione da un altro benemerito della ricerca artistica, Dick Higgins, al quale si deve il concetto di intermedialità, 4 oggi, a distanza di circa sessant’anni, cardine insostituibile della ricerca artistica attuale. Nella visione totalizzante di Donato Di Poce si fa riferimento all’approccio etico, socialmente
responsabile, ecosostenibile, sensibile verso la storia e rispettoso della memoria, fondamentalmente democratico e, perciò, in grado di porre l’uomo al centro del progetto in uno spirito che egli definisce neo-rinascimentale. In sostanza l’autore aspira ad una visione olistica al centro della quale viene considerata quella che è definita, «Energia CreAttiva». I modelli cui Di Poce fa riferimento per la sua speculazione poietica sono i grandi maestri dell’Architettura CreAttiva: Eero Saarinen, Friedensreich
Hundertwasser, Frank O. Gehry, Zaha Hadid, Jean Nouvel, Santiago Calatrava, Daniel Libeskind e Renzo Piano. Ciò stabilisce immediatamente i confini rigorosi, seppure articolati, di un ambito non conciliabile con ciò che non è riconoscibile nel gesto «CreAttivo», tagliando via, perciò, tutto quello che aderisce alla banalità delle mode correnti, che cade nelle contraddizioni dell’ordinarietà speculativa, che si caratterizza per l’appiattimento o per l’estrema semplificazione delle proposte formali, per la miopia funzionale, per la carenza di impegno etico, per la superficialità delle scelte d’impatto ambientale e, soprattutto, per la mancanza di carica utopica. In sintesi, possiamo dire che il limite tracciato da Di Poce
è proprio quello della sfera dell’armonia, entro la quale l’architettura «canta», tanto per riprendere la precisazione dell’Eupalinos di Valery, al di fuori della quale ci sarebbe solo architettura «muta». In realtà, fuori da quella sfera non troviamo l’anomalia di quel mutismo. Al posto di quel misero e triste silenzio, oggi c’è la dissonanza chiassosa, lo stridore invadente della «Malarchitettura», alla quale l’autore dedica un intero capitolo, sottolineandone il nesso con la malapolitica e l’arroganza del potere. Ma il nodo delle riflessioni, delle aspirazioni e delle prospettive lo troviamo nel singolare Manifesto della Bellezza Funzionale che impegna il primo capitolo di questo libro. Ho usato l’aggettivo «singolare», perché, contrariamente a quanto è sempre accaduto nei movimenti d’avanguardia e nei gruppi di ricerca e sperimentazione, non costituisce il documento programmatico dell’operatore che
intende affrontare in modo nuovo, con tecniche e prospettive alternative, il suo lavoro,
magari anche rivoluzionandone le metodologie; bensì è dettato a gran voce da un poeta, che, pur avendo in genere interessi artistici in senso lato, non svolge la professione di architetto. Come considerare allora questo documento? Se non è una piattaforma valida in sede di operatività individuale, in quale chiave dobbiamo leggerlo? Certamente assume un valore critico e si pone come strumento di riflessione teorica; ma nello stesso tempo, a parte la generica funzione culturale svolta nei confronti di un’audience non definita, è da leggere come un appello rivolto dall’esterno verso il mondo dell’architettura, in tutte
le sue componenti tecniche e non. Ecco, allora, che la voce del poeta è da ascoltare come parte integrante di un ampio coro, di cui dovranno far parte non solo gli addetti ai lavori, quelli che sul piano strettamente tecnico provvedono alle varie fasi progettuali ed esecutive, ma anche coloro che dall’esterno hanno diritto di parola, se non altro perché al centro delle fasi compositive e realizzative deve essere sempre posto l’Uomo, fulcro di un processo democratico, partecipato, finalizzato alla

3 Adriano Spatola, Verso la poesia totale, Salerno, Rumma, 1969; poi Torino, Paravia, 1978.
4 Dick Higgins, Horizons. The Poetics and Theory of the Intermedia, Carbondale, Southern Illinois University Press, 1984,
dove il capitolo «Intermedia» riprende il saggio pubblicato in «Something Else Newsletter», vol.1, n° 1, New York,
1966.

configurazione di un ambiente dove etica e socializzazione procedano in sintonia perfetta con funzionalità, ecosostenibilità e sensibilità estetica, in un’ottica rigorosamente olistica.
Nel «Manifesto», infatti, si legge, all’articolo 3: «L’Architettura mette al centro l’Immaginazione CreAttiva che cerca la realizzazione dell’Uomo attraverso il rapporto olistico con natura, cultura, società». L’articolo 4, invece, suona così: «L’Architettura mette l’Uomo in uno spazio relazionale, e inserisce nel corpo sociale Architettonico la coscienza dinamica, pluralistica, etica, estetica e sostenibile dell’Universo.»; mentre l’articolo 9 sottolinea in chiave neo-rinascimentale la centralità dell’Uomo.
Cos’altro ancora bisognerebbe sottolineare per riconoscere la legittimità di questo appello?
La profilatura della figura di questo nuovo poietes, l’«Architetto Creattivo», è coronata dagli
aforismi che Donato Di Poce pone in appendice. Uno di questi recita: «I cassetti degli Architetti / Sono come quelli dei poeti / Sempre pieni di sogni futuri». In un altro si legge «Gli Architetti realizzano sogni». Possiamo dire, allora, di poter dormire sonni tranquilli?

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