51b85ea0-6b4c-4c90-9b4a-8bc7c5086452
LASCIATI ISPIRARE
SOCIAL
INDIRIZZO
EMAIL

Il poeta vede l'invisibile il fotografo fornisce le prove


twitter
facebook
instagram

Milano

Italia

donato.dipoce@libero.it

Sito realizzato e curato da Irene Torresan e Matteo Di Poce ©

EMILIO VEDOVA - Tra esplosioni di vita polimateriche e dischi plurimi

2024-11-24 19:23

Array() no author 89350

EMILIO VEDOVA - Tra esplosioni di vita polimateriche e dischi plurimi

“Sono figlio di Tintoretto, come sono figlio di Goya, di Daumier e del Picasso di Guernica,
dell’espressionismo e di Dada Berlino […] Ho voluto riepilogare il momento della paura, la paura
di ieri e la paura di oggi: questo è il significato del mio messaggio, l’esaltazione della tecnologia,
alienante, per la difesa dell’uomo, della sua integrità e di tutta la sua umanità.”


Emilio Vedova era nato a Venezia nel 1919. E’ uno degli Artisti più liberi, sperimentali e
rappresentativi dell’informale, dell’astrattismo ed espressionismo astratto.
Le opere di Vedova sono esplosioni di pennellate, assemblaggi polimaterici, centri propulsori di
energia cosmica che mirano a denunciare non tanto un malessere individuale quanto collettivo. Un
grido di dolore dell’umanità e un gesto di ribellione che riprende certe istanze futuriste e le
costruzioni-sculture di Umberto Mastroianni.
L’artista esprime la condizione storica ed esistenziale percepita come tensione e conflitto che rende
attraverso la contaminazione di segno, gesto, colore e materia.
L’opera di Vedova, non è la semplice esibizione del suo fantasma, non è una rappresentazione
mimetica del suo inconscio, ma memoria sovvertita, generativa, memoria del futuro, salto nel

vuoto, sorpresa, imprevisto. In Vedova è l’inconscio che viene all’opera, non il suo fantasma, o se si
preferisce è l’opera che produce l’inconscio.
Il pensiero fondamentale di Vedova sull’arte sembra essere la potenza ed energia cosmica
dell’opera che si manifesta come un caos primordiale e gestuale auto-formante, che ricerca e trova
sempre e solo precariamente la sua forma tra il bianco e nero (colori primari) e sciabolate di giallo e
di rosso quà e là.


Il lavoro sul cerchio è uno dei temi (insieme ai Plurimi e ai Teleri) più decisivi e poetici del suo
lavoro.
Il Cerchio, rappresenta l’ordine, la geometria, l’equilibrio, del Cosmos dentro cui Vedova include lo
il caos della vita e della morte, il gesto creativo. Se Leonardo inserisce al centro del cerchio, l’uomo
vitruviano, e Michelangelo realizza un capolavoro come il tondo Doni, Vedova lo fa diventare
matrice di caos cosmico, sculture che ci circondano come galassie, scudi protettori-generatori di
segni primordiali.
Vedova realizzò i sette Plurimi dell’Absurdes Berliner Tagebuch ’64 a Berlino che vennero esposti
alla Documenta III di Kassel. Questi grandi lavori sono degli ibridi tra pittura e scultura e ben
rappresentano la volontà dell’artista di contaminazione tra arte e vita, gesto e colore.
Vedova inoltre con i Plurimi, reinterpreta lo spazio dell’opera e la relazione con lo spettatore,
istituendo una relazione fisica oltre che emozionale. Lo spettatore non è più solo fruitore dell’opera
ma diventa co-protagonista di un’esperienza estetica. L’opera può finalmente essere toccata,
attraversata, vissuta e condivisa.
I dipinti e gli assemblage di Emilio Vedova sono energia allo stato puro, pochi come lui hanno
saputo assemblare idee, colorare le emozioni, dare un senso al gesto creativo che diventa quasi
un’azione ipnotica, un dripping cosmico.

I plurimi (sculture astratte polimateriche), rivelano la spinta radicalmente selvaggia, utopistica e
decostruttiva di Vedova nei confronti sia della scultura classica che dell’architettura.
Vedova sente fortemente l’esigenza di pervenire a un’opera aperta e polimaterica i cui confini siano
messi permanentemente in questione, a un’opera autenticamente aperta come Eco andava
teorizzando.
I plurimi rivelano la centralità costruttiva dell’opera d’arte, come organizzazione dello spazio: il suo
slancio corrosivo, non può mai essere separato dal colore, dal segno quale elemento organizzativo
costruttivo.
I Teleri degli anni Ottanta:
“Tintoretto è stato una mia identificazione. / Quello spazio appunto / una serie di accadimenti.
Quella / regia a ritmi / sincopati e / cruenti, magmatici di energie / di fondi interni di passioni /
di emotività commossa”.
Emilio Vedova
Emilio Vedova negli anni ’80 dipinge i teleri proprio come nella antica tradizione veneziana
(soprattutto il Tintoretto, amato maestro e riferimento giovanile di Vedova), dove il teler era una
grande tela applicata alla parete e dipinta ad olio.
Dagli anni 70’ sperimenta numerose tecniche e forme, quali monotipi, pannelli circolari doppi
(Dischi), i Plurimi-Binari (opere mobili su binari d’acciaio), e incisioni su vetri di grandi
dimensioni. Nel 1995 inizia una serie di oggetti sfaccettati e manovrabili dipinti su legno,
denominati Disco-Plurimo.
Un Museo dinamico:
Da qualche anno, su progetto di Renzo Piano, amico personale di Vedova, l’ex magazzino del sale
alle Zattere, affacciato sulla laguna veneziana, si è trasformato in fondazione per esporre le opere
di Emilio Vedova nello spazio che era stato il suo studio e laboratorio.
Renzo Piano, che ideò una struttura lignea interna (sotto alla pedana corrono tutti gli impianti)
appoggiata e non ancorata ai muri o al suolo, smontabile in 24 ore. E ideò la «machina robotica»
che estrae le opere dal deposito con bracci meccanici, facendo di questo spazio un «evento
dinamico», proprio come Vedova voleva.
L’allestimento pensato da Renzo Piano saggiamente non tocca l’architettura, ma agisce unicamente
sull’esposizione, la cui idea chiave è il movimento. Niente quadri appesi staticamente alle pareti,
ma un sistema meccanico che, come in un jukebox, estrae da una rastrelliera i quadri e li porta fino
alla collocazione prevista, sospendendoli a diverse altezze davanti agli occhi dei visitatori, per poi
riporli e presentarne altri. L’allestimento, permette di girare intorno all’opera, spiarla e inverte il
movimento tra opera e spettatore cui si è abituati, perché noi stiamo fermi e sono i quadri a
spostarsi.
Un allestimento che rispecchia pienamente la volontà “dinamica” e interattiva di Vedova di staccare
il quadro dalla sua fissa bidimensionalità e frontalità (che si può solo “contemplare”), per gettarlo
nello spazio, come aspirava a fare con la serie Plurimi. L’arte diventa insomma una sorta di teatro
aperto interattivo.

Dal 6 dicembre 2019 al 9 febbraio, a Palazzo Reale di Milano nella struggente, austera e struggente
Sala delle Cariatidi, parzialmente distrutta dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale,
furono esposte circa 60 opere di Emilio Vedova (1919-2006). Una delle più belle mostre realizzate
sull’Artista a cura di Germano Celant.


*Emilio Vedova: biografia
https://www.fondazionevedova.org/emilio-vedova-una-biografia-
immagini#:~:text=Nasce%20a%20Venezia%20nel%201919,del%20manifesto%20%E2%80%9COl
tre%20Guernica%E2%80%9D.
Nasce a Venezia nel 1919 da una famiglia di artigiani-operai, inizia a lavorare da autodidatta fin
dagli anni trenta. Nel 1942 aderisce al movimento antinovecentista Corrente. Antifascista, partecipa
tra il 1944 e il 1945 alla Resistenza e nel 1946, a Milano, è tra i firmatari del manifesto “Oltre
Guernica”.
 Nello stesso anno è tra i fondatori della Nuova Secessione Italiana poi Fronte Nuovo
delle Arti.
Comincia ad esporre in mostre personali e collettive sin dagli anni quaranta, ottenendo presto fama
internazionale; è del 1951 la mostra a lui dedicata alla Catherine Viviano Gallery di New York.
A partire da quella del 1948, partecipa a svariate edizioni della Biennale di Venezia, manifestazione
dove nel 1952 gli viene dedicata una sala personale, nel 1960 riceve il Gran Premio per la pittura e
nel 1997 il Leone d’Oro alla carriera.
Nel 1954, alla II Biennale di San Paolo, vince il premio che gli permetterà di trascorrere tre mesi in
Brasile, e nel 1956 riceve il Solomon R. Guggenheim Foundation Award for Italy.
Nel 1955 è invitato a Kassel per “documenta 1”, partecipa a “II. documenta”, nel 1964
per “documenta III” presenta l’Absurdes Berliner Tagebuch ’64 e torna ancora a Kassel nel
1982 per “documenta 7”.
Per tutta la vita si dedica con passione alla attività didattica tenendo lezioni in diverse università

americane e corsi alla Internationale Sommerakademie für Bildende Kunst di Salisburgo e alla
Accademia di Belle Arti di Venezia.

LASCIATI ISPIRARE
SOCIAL
INDIRIZZO
EMAIL

Il poeta vede l'invisibile il fotografo fornisce le prove


twitter
facebook
instagram

Milano

Italia

donato.dipoce@libero.it

Sito realizzato e curato da Irene Torresan e Matteo Di Poce ©